Benedetta Irrilevanza
Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’AI.
Mentre mezzo mondo si straccia le vesti gridando all’apocalisse robotica e l’altra metà cerca disperatamente di capire come far scrivere le email a ChatGPT senza sembrare un bot lobotomizzato, io mi verso una cedrata e sorrido.
Attenzione: è vero che sono un inguaribile ottimista, ma la mia non è incoscienza. E non è nemmeno rassegnazione. Sorrido perché l’Intelligenza Artificiale sta probabilmente esaudendo un mio piccolo, inconfessabile sogno. Uno di quelli che coltivo da anni osservando certe dinamiche con un misto di fascino e raccapriccio:
rendere finalmente irrilevanti le persone che ricoprono ruoli decisionali senza avere alcuna competenza.
Per anni, forse decenni, abbiamo vissuto in un gigantesco equivoco. Abbiamo confuso Ruolo (la firma sotto la mail) e Competenza (il valore vero che riusciamo a creare).
Abbiamo costruito interi ecosistemi basati sulla “gestione del vuoto”. Intere carriere fondate non sulla creazione di valore, ma sulla capacità di simulare il movimento.
Ricordate Checco Zalone quando spiega il posto fisso e mostra come è capace a timbrare a due mani? Ecco, esattamente quello.
Parlo di quella specifica categoria di professionisti la cui giornata si regge su alcuni pilastri fondanti:
inoltrare mail (rigorosamente con un “per opportuna conoscenza” che fa molto manager impegnato);
convocare riunioni che hanno come scopo quello di decidere la data della prossima riunione;
usare un vocabolario tattico fatto di “sinergia”, “resilienza”, “disruptive”, “ASAP” e “vision” per coprire un vuoto cosmico di idee.
Fino a ieri, questo teatro dell’assurdo funzionava. C’era abbastanza “grasso” nel sistema per permettere a queste figure di galleggiare, di mimetizzarsi dietro la burocrazia.
Ed oggi tutto questo deve fare i conti con l’AI e con l’automazione generalizzata.
Semplice. Veloce. Accessibile. A costi bassi.
L’Intelligenza Artificiale ha una caratteristica che è come la kriptonite per SuperMan: va dritta dritta al sodo.
E quindi.
Se il mio “valore aggiunto” era riassumere un documento di 50 pagine in tre slide, oggi Claude lo fa in 10 secondi. Lo fa meglio di me. Non chiede i buoni pasto e non pretende lo smart working. Quindi io divento irrilevante.
Se la mia “visione strategica” consisteva nel guardare cosa facevano i competitor, cambiare due colori e impacchettare tutto su PowerPoint, oggi Gamma App lo fa in tempo reale. Anche in questo caso molto meglio di me. E pertanto io sono irrilevante.
Improvvisamente, l’attività di “copia-incolla-riorganizza”, venduta per anni come “Project Management avanzato”, non vale un fico secco (anche se a dire la verità i fichi secchi valgono tantissimo e sono davvero buoni, specialm… vabbè ci siamo capiti).
In sostanza se la macchina lo fa meglio, più velocemente, con una resa migliore, la mia presenza (ma anche la tua, la sua, la nostra) in quella catena di valore non è più necessaria. Anzi diciamolo meglio: è irrilevante.
C’è un altro aspetto delizioso e succosissimo in questa rivoluzione copernicana dell’utilità percepita e reale; possiamo definirlo un danno collaterale che mi godo particolarmente:
la fine del mito dell’uomo (o donna) impegnatissimo (o impegnatissima).
Avete presente quelli che rispondono sempre “scusa, sono full, non ho un minuto nemmeno per respirare”? Fino a ieri, essere “full” era uno status symbol. Significava essere indispensabili.
Oggi la narrazione cambia. Ci troviamo in un mondo dove l’AI gestisce l’operatività in secondi, se sono “sempre full” per fare cose operative, non sono un eroe. Sono inefficiente.
Sto dicendo chiaramente al mondo che non so usare gli strumenti del tuo tempo. Che sto scavando una buca con un cucchiaino mentre a fianco a me c’è un escavatore fermo con le chiavi nel cruscotto.
Non sono un martire del lavoro, sono solo lento. Oppure peggio, la realtà è che mi nascondevo dietro questa patina di caos per mascherare una sostanziale nullafacenza.
Si ricomincia da tre
Quindi, è la fine? Ci estingueremo? Maddai. L’AI non ci ruberà il lavoro. Così come non l’hanno fatto l’elettricità, la macchina a vapore o il cappellino di lana che non prude (anche se su quest’ultima invenzione nutro ancora dubbi sull’esistenza).
L’AI spazzerà via la mediocrità. Farà piazza pulita di chi si nascondeva dietro al titolo sul biglietto da visita. Ma alzerà incredibilmente il valore di tutto ciò che resta:
il pensiero critico (sapere cosa chiedere alla macchina)
la creatività vera (unire puntini che l’AI non vede)
la capacità di farsi domande scomode
l’empatia e la gestione delle relazioni umane.
Benvenuta, dunque, a questa Benedetta Irrilevanza.


Una bella visione del futuro. E si, direi ottimistica e anche un po' romantica. Ma non so quanto realistica. L' asinello IA non credo sia in grado di guidare questa trasformazione. Di sicuro sa fare molto. Ma parte da una base sbagliata. E se lo usi, si vede. Qualsiasi cosa gli fai fare, perde per strada un po' di te. È veloce, si. Tecnicamente corretto, solo se tu sai come guidarlo. Ma non sei tu. E si vede. Gli manca quello che fa l' Uomo un essere Unico.
E se sei dotato di pensiero critico, creatività, capacità di risolvere problemi complessi, empatia e gestione dei rapporti umani, beh... perché dovresti usare l'asinello IA? Per andare più veloce e perdere una parte di quel te stesso che hai faticosamente conquistato? 🤷♀️😊
Io sono più romantica di te.
Un mondo di IA, può anche essere un mondo che funziona. Una strada sempre diritta, senza buche, curve, paesaggi che distraggono. Dove non esiste imprevisto e genio. Alla fine molto più apprezzata dalle persone che tu vorresti fare sparire, che da quelli che vorresti vincitori. Io spero che una macchina, benché utile, resterà sempre una macchina. Incapace di sostituire il suo Creatore. Ma potrebbe spronare qualcuno ad impegnarsi più seriamente, questo si.
Chissà...vedremo come andrà a finire. Io intanto, mi bevo un cappuccino! 😂😉